
Il libro della Genesi, vituperato
prima di essere letto, condannato quale espressione di un pregiudizio contro le
naturali tendenze umane alla trascendenza tramite la realizzazione della
propria immanenza (dicasi tramite il desiderio, la libertà e il piacere),
presenta nei suoi primi due capitoli, tutt’altro che una condanna di niente ma
piuttosto una quasi festosa creatività esplosiva, e non solo da parte di Dio,
cosa che ci aspetteremo, ma anche da parte dell’uomo. Per scoprirlo bisogna leggerlo
e bisogna pregarlo, bisogna portare con sé tutta la propria esperienza di vita
e di passione intensa per la vita –passione per qualcosa ci dovremo pure
avere!–, per poter scoprire come in ogni parola risuona qualcosa che
sembrerebbe nostro, ma si scopre piuttosto di origine divina e ci porta oltre
la nostra povertà affettiva ed intellettuale, e quindi anche morale, verso un
sovrappiù che non è possibile attendersi se si parte dai nostri cristianissimi
preconcetti di moralità ascetica (che non è né morale né ascetica): niente
realizzazione immanente quindi, ma neanche trascendenza assoluta: Dio e la sua
creatura, la creatura e il Dio di tutto.
Così, andando incontro la Pasqua,
forse potrebbe giovare alla nostra ascesi quaresimale un correttivo genetico,
originario: ciò che è storto in noi non è il desiderio, ma la sua direzione e la
sua forza; ciò che rischia la perversione non è la possibilità di scegliere, ma
l’indirizzo della scelta; ciò che in noi percepiamo con chiarezza come deviato
o incattivito –anche se con qualche elucubrazione vorremmo nasconderla allo
sguardo della nostra coscienza–non è l’intensità della nostra infinita sete di
altro, ma piuttosto il fatto che solitamente limitiamo l’altro al campo
–stupidamente ridotto– delle nostre categorie, a ciò che ci è utile, a ciò che
adesso voglio ma forse neanche desidero. Il desiderio è più originale delle
nostre volizioni concrete, perché riguarda sempre una totalità, la intende, a
volte perfino la configura come quell’unico che ci può saziare. Eppure, queste
sono cose che, direbbe un professore furbo, «dovremo tutti sapere» anche se
nessuno ci pensa più. Basti quest’inciso introduttivo per pensarci. Vogliamo
qui, invece, mostrare alcuni elementi che possono aiutare alla nostra lettura
del capitolo 2 della Genesi.
(1)Dio creatore onnipotente e mite:
si arriva al capitolo 2 della Genesi passando dal capitolo 1 e prima di
arrivare al capitolo 3–sembra ovvio ma a volte non lo è– che ci mostra Dio che
crea con la sua serena parola. In un contesto culturale in cui gli dèi erano
pensati come creatori violenti, forti, dinamici, guerrieri che creando si
mostravano come attori del terrificante e anche glorioso spettacolo della
guerra contro il caos, il Dio di Israele appare più potente ancora, ma
mostrando una potenza che per alcuni esegeti è una potenza contenuta: invece di
emettere urli di vittoria, parla; invece di fare la guerra, soffia; invece di
contrapporsi al caos, lo sorvola e poi lo ordina, separando le acque,
stabilendo i firmamenti, i luminari, facendo sorgere gli animali e le piante. È
un Dio dominatore? Sì, ma uno il cui dominio è così potente e sicuro da non temere
la alterità: il mondo è creato e porta avanti la sua dinamica interna, fiorisce
davanti al volto meravigliato di Dio. Un tiranno, davanti al brulicare di
libertà si impaurisce; Dio, invece, una volta stabilito il limite di ogni cosa
e stabilendo ogni cosa secondo il proprio limite –limite dato dall’essenza
stessa delle cose–, lascia fare. Questa serenità, in Pr 8 è quella della
Sapienza che gioca e non tanto quella di colui che reprime la sua onnipotenza
per rimanere «creatore mite». I miti di cui parla la Scrittura (di solito
identificati con i Patriarchi, che ereditano la terra) non sono esattamente dei
repressi, a volte spaventa la loro furbizia e prodezza: Mosè si è messo tra Dio
e il Popolo e ha negoziato con Dio la salvezza di un popolo che, proprio a Dio,
non lo voleva più. Ed è lui il mite amico del Signore; non è possibile pensare
la mitezza come repressione. Quando mai un uomo represso si è messo davanti a
Dio per discutere le sue decisioni? Quando mai un uomo represso ha ottenuto la
salvezza per un intero popolo? Quando mai un uomo morto ai desideri, ignaro
della libertà, intorpidito dalla paura di osare, ha chiesto al Signore di
mostrargli il Suo volto? La mitezza è in se stessa la manifestazione più chiara
di un coraggio (la cui sorgente, secondo i greci, è la furia, la violenza
interna, la rabbia, ma io penso sia piuttosto l’intensità di un santo desiderio
davanti all’essere) indirizzato alla gloria di Dio. Dio, qui, liberissimamente
crea tutto con un ordine perfetto e bellissimo, serenissimo, dando ad ogni cosa
uno spazio nel suo gioco, gioco in cui le regole le ha messe Lui all’inizio ma
in cui ogni cosa, con il suo fiorire nell’essere sembra in certo modo
determinare l’andatura e la comprensione stessa e del gioco e delle sue regole.
Quindi, per prima cosa, il Dio che appare nel capitolo 2 di Genesi, lo stesso
del capitolo 1, non è l’onnipotente represso, ma piuttosto uno che è libero,
che è così onnipotente da non trovare resistenza da nessuna parte, così
fiducioso nel suo gioco che è capace di includere altri, lasciando spazio alla
loro collaborazione creativa. Il punto di vista non è quello del limite, è
quello della grazia: Dio crea tutto perché vuole, vuole farlo così: più che un
sovrano che reprime la sua potenza per lasciar spazio alla libertà sembra un
amante che dice parole sottovoce all’amato: sottovoce, ma con fermezza, l’amore
divino ci ha messo nell’essere, e questa passione creatrice è quindi il cuore
dell’essere, prima ancora dell’ordine –innegabile, certo–. Sembra che l’essere
creato in quanto tale esprima amore e desiderio prima ancora di limitazione e
contingenza –per essere corretti occorre dire che nella gratuità stessa dell’essere
creato coincidono la contingenza e il desiderio del trascendente, l’essere limitato
ed essere anche indizio, segno, destinazione all’Infinito.
(2)L’uomo bambino. Nel capitolo 2 si
riprende il racconto della creazione dal punto di vista dell’uomo: quando il
mondo era ancora deserto l’uomo è stato messo davanti al Giardino ancora vuoto.
L’uomo, fatto di polvere e del soffio amante di Dio, è portato da Dio come un
Padre porterebbe il figlio bambino per mostrarli un bel paesaggio. Anzi, l’uomo
bambino (Ireneo) è portato davanti ad un paesaggio che gli apparterrà: davanti
a lui il Signore onnipotente fa sorgere dal suolo le piante, gli animali, le
lucerne del Cielo, ordina le acque della terra. Il Padre mostra a suo figlio un
mondo brulicante di vita e glielo dona: custodiscilo, è tuo. E il bambino
percorre il Giardino e anche lui diventa creativo: grida i nomi delle cose. All’inizio
del tempo non si parlava, si gridavano le cose: il nome originario delle cose
–quello che i racconti di fantasia mettono in bocca agli stregoni che imparano
i nomi dopo decenni di studio, quello che riguarda l’essenza diafana di ogni
cosa rivelata all’intelligenza divina– è un sussulto di gioia, di meraviglia. L’uomo
balbettante s’inventa le parole, ma in quel momento le parole giuste
semplicemente non c’erano, e perciò i suoi balbetti meravigliati diventano costitutivi
delle cose; ogni parola “sensata” dovrà rispondere allora a questa
caratteristica originaria della gratuità e la meraviglia davanti al mistero. L’origine
del linguaggio stesso coincide non con un momento logico ma con un momento
celebrativo –alcuni bambini infatti quando cominciano ad interagire con il
mondo esterno, inventano le parole, le sognano, le cantano. Così era nostro
padre Adamo nel Paradiso. Quindi, se Dio manifesta la sua onnipotenza
pronunciando serenamente la sua parola creatrice, con la passione di un amante,
Adamo, il primo uomo, grida con la passione di un figlio/bambino. Nel discreto
mormorio delle acque originarie, e nel rumoroso spiegarsi di una natura ricca e
fiorente, il canto dell’uomo, fatto di suoni e aspirazioni, riempie la terra: e
il Padre non glielo impedisce, sembra averlo messo davanti al creato per
quello. E in questa profonda gioia non c’è spazio per la violenza: l’uomo non
deve uccidere per mangiare, il sangue –la vita– non è versato, perché non è
necessario. La gioia e il piacere originari sono quelli del primo bambino, che
non distrugge e non violenta, ma celebra davanti agli occhi di suo Padre.
(3)La donna e, per lei, la poesia. L’uomo,
però, sembra cercare. Non viene detto implicitamente, ma gli animali dati come
aiuto all’uomo sembrano insufficienti allo stesso Dio. Nel cuore del suo figlio
percepisce non soltanto una passione per il dono ricevuto, che custodisce con
gioia, ma anche una certa nostalgia di un volto ancora sconosciuto, di un tu
che gli sia allo stesso tempo intimissimo e completamente altro. Dio lo fa
dormire e, di nuovo, fa sorgere la vita da ciò che non è capace di darla da sé.
Proprio dal segno della mancanza che l’uomo sente in sé, forma la donna. E
quando gliela presenta, l’uomo non soltanto urla di gioia, ma parla perfino in
poesia. La logica del linguaggio e la sua forza poetica nascono insieme come
espressione di un desiderio profondissimo che si vede compiuto e, proprio
perché compiuto da qualcosa di nuovo, bello, meraviglioso e totalmente amabile
e misterioso nella sua alterità, tale desiderio compiuto si vede ampliato,
aperto a nuove e più dolci prospettive. La donna qui non dice niente; a quanto
pare si lascia amare –e quanto vorremmo saper come ha guardato il loquace Adamo
che celebrava la sua esistenza con il primo poema umano della storia: osso
delle mie ossa, carne della mia carne…E qui si tratta allora di un narcisismo
maschile che vede la donna come semplicemente ridotta a sé, al suo? Non è una
piccola bestemmia, anche se pia e di taglio storico-critico narrativo che
piacerebbe alla nostra sensibilità femminista forzata, dire che proprio lì,
nell’inizio santo di tutte le cose, con la comparsa della donna si è reso
manifesto il narcisismo di Adamo? Questa nota (da un celebre esegeta che
comunque rispettiamo) sembra non tener conto del resto del racconto biblico per
favorire una specie di nascita originaria del patriarcato (banalizziamo, ma
forse non troppo). A dir il vero, se il presupposto dell’essere davanti al
creato è che Dio si è «auto-limitato» per dare spazio al creato, per amarlo senza
consumarlo, ma mettendo una specie di freno al suo desiderio creativo e amante,
è ovvio che davanti all’esplosione di desiderio di Adamo davanti al mondo e
soprattutto davanti alla donna, occorre trovare una giustificazione che mostri
come mai una tale esplosione è possibile. L’esegeta citato pensa che si tratti
di un segno di desiderio consumatore, come se l’eros biblico dovesse ridursi al
certe dimensioni dell’eros greco; come se l’uomo prima del capitolo 3 della
Genesi, cioè, prima del peccato, fosse già un peccatore. In principio non era
così, però. Il poema di Adamo è sì
espressione di desiderio, di passione: forse bisognerebbe leggere questo poema
alla luce del Cantico dei Cantici invece di considerarlo sotto la chiave del
nostro evidente narcisismo postlapsario. La nudità di Adamo ed Eva, che
manifesta un’innocente trasparenza dell’una davanti all’altro e dell’uno
davanti all’altra, è allora un semplice fattore di rischio narcisista o
piuttosto l’espressione dell’ideale dell’essere umano di non soltanto trovare un
altro o un'altra a cui amare in modo tale da non trovar contraddizione tra
amare lui o lei, tra desiderarsi profondamente, tra donarsi reciprocamente con
tutto il cuore, e amare, desiderare Dio e donarsi a Lui?
E Dio, davanti a quest’esplosione di
passione, desiderio, amore, libertà…taglia quindi l’amore? Il limite di
mangiare dell’Albero, sembra, a questo riguardo quasi una nota a pie di pagina:
di quest’Albero non mangerai! Ma la tua donna, il tuo uomo, certo che l’amerai,
lo desidererai, lascerete tutto per unirvi in una sola carne; governerete la
terra, custodirete questo santo giardino, giocherete insieme tutti i giochi
immaginabili nell’amore. C’era bisogno di fare dell’Albero della scienza del
bene e del male un simbolo dell’oppressivo e tirannico creatore della moralità?
Se la moralità è nata dalla gioia per il mondo donatoci da Dio! La sua prima
espressione, l’essere dell’uomo per l’altro, sorge come un poema, non come un
precetto. E l’Albero e lì, perché il Bene e il Male forse non occorre
controllarli, ma lasciarli in pace nel mistero di Dio da cui tutto proviene
come dono. Far dell’Albero il simbolo del desiderio ostacolato dell’uomo è
concentrare tutto il desiderio su un solo fattore del reale: la conoscenza. L’uomo,
prima del capitolo 3, è felicissimo: nostro padre Adamo, e nostra carissima
madre Eva, giocano nel giardino, godendo di tutto, l’uno dell’altro, e Dio
viene a passeggiare con loro per godere anche Lui della brezza serale –ci sarà
mai una visione così bella come quella del Signore prendendo il fresco con
Adamo ed Eva, come quella di Cristo che aspetta la sua Chiesa al fresco del
mattino, il giorno di Pasqua? –.
E quindi, vorremmo far della
penitenza quaresimale e dell’ascesi una semplice repressione della bellezza del
desiderio? Non converrebbe forse capire che, se dopo il peccato originale, se
dopo quel momento inspiegabile in cui l’uomo si allontanò da Dio, il nostro desiderio
rimase ferito, e le strade per compierlo poco chiare e perfino oscurate dal
male reale, non converrebbe dicevo capire che il desiderio in noi che è
originario nel nostro essere, è vivo ancora e bisogna indirizzarlo, nutrirlo,
realizzarlo? È lo Spirito che ripara, che porta la grazia e in noi clama di
nuovo, grida! Il Padre non ci ha lasciato mai, lo Spirito ce lo mostra di nuovo
e pone in noi la gioia che avevamo perso per i nostri peccati e i nostri
narcisismi patriarcali e quello che si voglia. La grazia dell’ascesi non è
quella di reprimere in noi ciò che non va bene, ma quella di toglierlo, di
cacciarlo via, di fare spazio allo Spirito della gioia e della libertà che ci
fa gridare di nuovo come bambini il nome del Padre. Se ben si pensa, la Quaresima
e la vita in generale non sono più occasione di repressione o di piagnucolosi
sensi di colpa, ma di coraggioso re-indirizzamento del Desiderio mediante la
grazia dello Spirito. Era ovvio che si trattava di una sua opera: è Lui l’amore
stesso di Dio, quell’amore con cui il Padre ha pronunciato sottovoce il Figlio
per mezzo del quale ha creato tutto. È Lui l’Amore dell’amante appassionato e l’amore
del Padre che pone davanti ai suoi figli l’essere che fiorisce perché si
sappiano amati, perché giochino urlando di gioia, perché trovino lì l’altro da
amare così profondamente da non potersi capire se non come uno dell’altro e uno
dell’altro.
Si tratta dell’Amore che fa esultare
Cristo di pura gioia davanti alla gratuita conoscenza dei semplici del cuore
del suo Vangelo. È lo stesso Amore che è ardente desiderio che tutta la terra
arda nel fuoco portato dalla sua opera redentrice. È l’Amore del Cristo amico e
amante dell’uomo che vuole sedersi a tavola con noi, la sera, per godere la
Pasqua accanto a noi al fresco della sera. È l’Amore ardentissimo che risplende
glorioso nella Croce, e che nel giardino dove c’era quel sepolcro nuovo, esplode
di nuovo donando nuovo nome alle cose: il Padre mio e vostro, il Dio mio e
vostro, e quindi, quelli che si lasciano trovare dall’annuncio cristiano
possono chiamarsi senza paura figli di Dio e questa è la sua verità più
profonda e costitutiva.
E vorremmo dire che la nostra
moralità –quella vera– è riduttiva dell’uomo. Vorremmo anche noi ribellarci
alla nostra religione per conformarci a un mondo che non vede né il buono né il
cattivo e che pretende una moralità immanentista, dicendo che questo mondo ci
basta! Questo è troppo poco per la misura del nostro Desiderio. Quel troppo che
aspettiamo è già alle porte: sta per morire e sta per risorgere; è già morto ed
è Risorto e chi sappia guardare vedrà in Lui non soltanto la pienezza della
Gloria, dell’Eros divino che tutto crea e celebra, ma anche la pienezza del desiderio
di Adamo, del desiderare di Eva, e del nostro, e di tutti e di tutto. No, la nostra
religione non sopprime il desiderio, piuttosto ci dice quanto sia bello,
grande, potente, quanto sia degno di essere indirizzato, graziato, nutrito e
abbellito dalla grazia; quanto esso sia un chiaro segno del nostro essere
riferiti all’Eterno. Possiamo dire con Ignazio di Antiochia: «il nostro Eros è
sulla Croce», sì! Perché il nostro Eros ha assunto un volto, mandando
propriamente al diavolo tutta la sua greca inadeguatezza che lo riduceva a volere
divoratore. Il nostro Eros è Cristo, è lui l’Uomo, è lui l’Adamo compiuto: e
quanto e come desidera! E quanto e come lo desideriamo! E quanto e come ci fa
desiderare tutto! Venga già la sua Pasqua Eterna, dove non solo desidereremo,
ma liberi già di ogni nostra stupidità narcisista, come bambini innocenti,
giocheremo tutti i giochi possibili dell’amore.