viernes, 4 de abril de 2025

In principio: l'esplosione del desiderio!

 



Il libro della Genesi, vituperato prima di essere letto, condannato quale espressione di un pregiudizio contro le naturali tendenze umane alla trascendenza tramite la realizzazione della propria immanenza (dicasi tramite il desiderio, la libertà e il piacere), presenta nei suoi primi due capitoli, tutt’altro che una condanna di niente ma piuttosto una quasi festosa creatività esplosiva, e non solo da parte di Dio, cosa che ci aspetteremo, ma anche da parte dell’uomo. Per scoprirlo bisogna leggerlo e bisogna pregarlo, bisogna portare con sé tutta la propria esperienza di vita e di passione intensa per la vita –passione per qualcosa ci dovremo pure avere!–, per poter scoprire come in ogni parola risuona qualcosa che sembrerebbe nostro, ma si scopre piuttosto di origine divina e ci porta oltre la nostra povertà affettiva ed intellettuale, e quindi anche morale, verso un sovrappiù che non è possibile attendersi se si parte dai nostri cristianissimi preconcetti di moralità ascetica (che non è né morale né ascetica): niente realizzazione immanente quindi, ma neanche trascendenza assoluta: Dio e la sua creatura, la creatura e il Dio di tutto.

Così, andando incontro la Pasqua, forse potrebbe giovare alla nostra ascesi quaresimale un correttivo genetico, originario: ciò che è storto in noi non è il desiderio, ma la sua direzione e la sua forza; ciò che rischia la perversione non è la possibilità di scegliere, ma l’indirizzo della scelta; ciò che in noi percepiamo con chiarezza come deviato o incattivito –anche se con qualche elucubrazione vorremmo nasconderla allo sguardo della nostra coscienza–non è l’intensità della nostra infinita sete di altro, ma piuttosto il fatto che solitamente limitiamo l’altro al campo –stupidamente ridotto– delle nostre categorie, a ciò che ci è utile, a ciò che adesso voglio ma forse neanche desidero. Il desiderio è più originale delle nostre volizioni concrete, perché riguarda sempre una totalità, la intende, a volte perfino la configura come quell’unico che ci può saziare. Eppure, queste sono cose che, direbbe un professore furbo, «dovremo tutti sapere» anche se nessuno ci pensa più. Basti quest’inciso introduttivo per pensarci. Vogliamo qui, invece, mostrare alcuni elementi che possono aiutare alla nostra lettura del capitolo 2 della Genesi.

(1)Dio creatore onnipotente e mite: si arriva al capitolo 2 della Genesi passando dal capitolo 1 e prima di arrivare al capitolo 3–sembra ovvio ma a volte non lo è– che ci mostra Dio che crea con la sua serena parola. In un contesto culturale in cui gli dèi erano pensati come creatori violenti, forti, dinamici, guerrieri che creando si mostravano come attori del terrificante e anche glorioso spettacolo della guerra contro il caos, il Dio di Israele appare più potente ancora, ma mostrando una potenza che per alcuni esegeti è una potenza contenuta: invece di emettere urli di vittoria, parla; invece di fare la guerra, soffia; invece di contrapporsi al caos, lo sorvola e poi lo ordina, separando le acque, stabilendo i firmamenti, i luminari, facendo sorgere gli animali e le piante. È un Dio dominatore? Sì, ma uno il cui dominio è così potente e sicuro da non temere la alterità: il mondo è creato e porta avanti la sua dinamica interna, fiorisce davanti al volto meravigliato di Dio. Un tiranno, davanti al brulicare di libertà si impaurisce; Dio, invece, una volta stabilito il limite di ogni cosa e stabilendo ogni cosa secondo il proprio limite –limite dato dall’essenza stessa delle cose–, lascia fare. Questa serenità, in Pr 8 è quella della Sapienza che gioca e non tanto quella di colui che reprime la sua onnipotenza per rimanere «creatore mite». I miti di cui parla la Scrittura (di solito identificati con i Patriarchi, che ereditano la terra) non sono esattamente dei repressi, a volte spaventa la loro furbizia e prodezza: Mosè si è messo tra Dio e il Popolo e ha negoziato con Dio la salvezza di un popolo che, proprio a Dio, non lo voleva più. Ed è lui il mite amico del Signore; non è possibile pensare la mitezza come repressione. Quando mai un uomo represso si è messo davanti a Dio per discutere le sue decisioni? Quando mai un uomo represso ha ottenuto la salvezza per un intero popolo? Quando mai un uomo morto ai desideri, ignaro della libertà, intorpidito dalla paura di osare, ha chiesto al Signore di mostrargli il Suo volto? La mitezza è in se stessa la manifestazione più chiara di un coraggio (la cui sorgente, secondo i greci, è la furia, la violenza interna, la rabbia, ma io penso sia piuttosto l’intensità di un santo desiderio davanti all’essere) indirizzato alla gloria di Dio. Dio, qui, liberissimamente crea tutto con un ordine perfetto e bellissimo, serenissimo, dando ad ogni cosa uno spazio nel suo gioco, gioco in cui le regole le ha messe Lui all’inizio ma in cui ogni cosa, con il suo fiorire nell’essere sembra in certo modo determinare l’andatura e la comprensione stessa e del gioco e delle sue regole. Quindi, per prima cosa, il Dio che appare nel capitolo 2 di Genesi, lo stesso del capitolo 1, non è l’onnipotente represso, ma piuttosto uno che è libero, che è così onnipotente da non trovare resistenza da nessuna parte, così fiducioso nel suo gioco che è capace di includere altri, lasciando spazio alla loro collaborazione creativa. Il punto di vista non è quello del limite, è quello della grazia: Dio crea tutto perché vuole, vuole farlo così: più che un sovrano che reprime la sua potenza per lasciar spazio alla libertà sembra un amante che dice parole sottovoce all’amato: sottovoce, ma con fermezza, l’amore divino ci ha messo nell’essere, e questa passione creatrice è quindi il cuore dell’essere, prima ancora dell’ordine –innegabile, certo–. Sembra che l’essere creato in quanto tale esprima amore e desiderio prima ancora di limitazione e contingenza –per essere corretti occorre dire che nella gratuità stessa dell’essere creato coincidono la contingenza e il desiderio del trascendente, l’essere limitato ed essere anche indizio, segno, destinazione all’Infinito.

(2)L’uomo bambino. Nel capitolo 2 si riprende il racconto della creazione dal punto di vista dell’uomo: quando il mondo era ancora deserto l’uomo è stato messo davanti al Giardino ancora vuoto. L’uomo, fatto di polvere e del soffio amante di Dio, è portato da Dio come un Padre porterebbe il figlio bambino per mostrarli un bel paesaggio. Anzi, l’uomo bambino (Ireneo) è portato davanti ad un paesaggio che gli apparterrà: davanti a lui il Signore onnipotente fa sorgere dal suolo le piante, gli animali, le lucerne del Cielo, ordina le acque della terra. Il Padre mostra a suo figlio un mondo brulicante di vita e glielo dona: custodiscilo, è tuo. E il bambino percorre il Giardino e anche lui diventa creativo: grida i nomi delle cose. All’inizio del tempo non si parlava, si gridavano le cose: il nome originario delle cose –quello che i racconti di fantasia mettono in bocca agli stregoni che imparano i nomi dopo decenni di studio, quello che riguarda l’essenza diafana di ogni cosa rivelata all’intelligenza divina– è un sussulto di gioia, di meraviglia. L’uomo balbettante s’inventa le parole, ma in quel momento le parole giuste semplicemente non c’erano, e perciò i suoi balbetti meravigliati diventano costitutivi delle cose; ogni parola “sensata” dovrà rispondere allora a questa caratteristica originaria della gratuità e la meraviglia davanti al mistero. L’origine del linguaggio stesso coincide non con un momento logico ma con un momento celebrativo –alcuni bambini infatti quando cominciano ad interagire con il mondo esterno, inventano le parole, le sognano, le cantano. Così era nostro padre Adamo nel Paradiso. Quindi, se Dio manifesta la sua onnipotenza pronunciando serenamente la sua parola creatrice, con la passione di un amante, Adamo, il primo uomo, grida con la passione di un figlio/bambino. Nel discreto mormorio delle acque originarie, e nel rumoroso spiegarsi di una natura ricca e fiorente, il canto dell’uomo, fatto di suoni e aspirazioni, riempie la terra: e il Padre non glielo impedisce, sembra averlo messo davanti al creato per quello. E in questa profonda gioia non c’è spazio per la violenza: l’uomo non deve uccidere per mangiare, il sangue –la vita– non è versato, perché non è necessario. La gioia e il piacere originari sono quelli del primo bambino, che non distrugge e non violenta, ma celebra davanti agli occhi di suo Padre.

(3)La donna e, per lei, la poesia. L’uomo, però, sembra cercare. Non viene detto implicitamente, ma gli animali dati come aiuto all’uomo sembrano insufficienti allo stesso Dio. Nel cuore del suo figlio percepisce non soltanto una passione per il dono ricevuto, che custodisce con gioia, ma anche una certa nostalgia di un volto ancora sconosciuto, di un tu che gli sia allo stesso tempo intimissimo e completamente altro. Dio lo fa dormire e, di nuovo, fa sorgere la vita da ciò che non è capace di darla da sé. Proprio dal segno della mancanza che l’uomo sente in sé, forma la donna. E quando gliela presenta, l’uomo non soltanto urla di gioia, ma parla perfino in poesia. La logica del linguaggio e la sua forza poetica nascono insieme come espressione di un desiderio profondissimo che si vede compiuto e, proprio perché compiuto da qualcosa di nuovo, bello, meraviglioso e totalmente amabile e misterioso nella sua alterità, tale desiderio compiuto si vede ampliato, aperto a nuove e più dolci prospettive. La donna qui non dice niente; a quanto pare si lascia amare –e quanto vorremmo saper come ha guardato il loquace Adamo che celebrava la sua esistenza con il primo poema umano della storia: osso delle mie ossa, carne della mia carne…E qui si tratta allora di un narcisismo maschile che vede la donna come semplicemente ridotta a sé, al suo? Non è una piccola bestemmia, anche se pia e di taglio storico-critico narrativo che piacerebbe alla nostra sensibilità femminista forzata, dire che proprio lì, nell’inizio santo di tutte le cose, con la comparsa della donna si è reso manifesto il narcisismo di Adamo? Questa nota (da un celebre esegeta che comunque rispettiamo) sembra non tener conto del resto del racconto biblico per favorire una specie di nascita originaria del patriarcato (banalizziamo, ma forse non troppo). A dir il vero, se il presupposto dell’essere davanti al creato è che Dio si è «auto-limitato» per dare spazio al creato, per amarlo senza consumarlo, ma mettendo una specie di freno al suo desiderio creativo e amante, è ovvio che davanti all’esplosione di desiderio di Adamo davanti al mondo e soprattutto davanti alla donna, occorre trovare una giustificazione che mostri come mai una tale esplosione è possibile. L’esegeta citato pensa che si tratti di un segno di desiderio consumatore, come se l’eros biblico dovesse ridursi al certe dimensioni dell’eros greco; come se l’uomo prima del capitolo 3 della Genesi, cioè, prima del peccato, fosse già un peccatore. In principio non era così, però.  Il poema di Adamo è sì espressione di desiderio, di passione: forse bisognerebbe leggere questo poema alla luce del Cantico dei Cantici invece di considerarlo sotto la chiave del nostro evidente narcisismo postlapsario. La nudità di Adamo ed Eva, che manifesta un’innocente trasparenza dell’una davanti all’altro e dell’uno davanti all’altra, è allora un semplice fattore di rischio narcisista o piuttosto l’espressione dell’ideale dell’essere umano di non soltanto trovare un altro o un'altra a cui amare in modo tale da non trovar contraddizione tra amare lui o lei, tra desiderarsi profondamente, tra donarsi reciprocamente con tutto il cuore, e amare, desiderare Dio e donarsi a Lui?

E Dio, davanti a quest’esplosione di passione, desiderio, amore, libertà…taglia quindi l’amore? Il limite di mangiare dell’Albero, sembra, a questo riguardo quasi una nota a pie di pagina: di quest’Albero non mangerai! Ma la tua donna, il tuo uomo, certo che l’amerai, lo desidererai, lascerete tutto per unirvi in una sola carne; governerete la terra, custodirete questo santo giardino, giocherete insieme tutti i giochi immaginabili nell’amore. C’era bisogno di fare dell’Albero della scienza del bene e del male un simbolo dell’oppressivo e tirannico creatore della moralità? Se la moralità è nata dalla gioia per il mondo donatoci da Dio! La sua prima espressione, l’essere dell’uomo per l’altro, sorge come un poema, non come un precetto. E l’Albero e lì, perché il Bene e il Male forse non occorre controllarli, ma lasciarli in pace nel mistero di Dio da cui tutto proviene come dono. Far dell’Albero il simbolo del desiderio ostacolato dell’uomo è concentrare tutto il desiderio su un solo fattore del reale: la conoscenza. L’uomo, prima del capitolo 3, è felicissimo: nostro padre Adamo, e nostra carissima madre Eva, giocano nel giardino, godendo di tutto, l’uno dell’altro, e Dio viene a passeggiare con loro per godere anche Lui della brezza serale –ci sarà mai una visione così bella come quella del Signore prendendo il fresco con Adamo ed Eva, come quella di Cristo che aspetta la sua Chiesa al fresco del mattino, il giorno di Pasqua? –.

E quindi, vorremmo far della penitenza quaresimale e dell’ascesi una semplice repressione della bellezza del desiderio? Non converrebbe forse capire che, se dopo il peccato originale, se dopo quel momento inspiegabile in cui l’uomo si allontanò da Dio, il nostro desiderio rimase ferito, e le strade per compierlo poco chiare e perfino oscurate dal male reale, non converrebbe dicevo capire che il desiderio in noi che è originario nel nostro essere, è vivo ancora e bisogna indirizzarlo, nutrirlo, realizzarlo? È lo Spirito che ripara, che porta la grazia e in noi clama di nuovo, grida! Il Padre non ci ha lasciato mai, lo Spirito ce lo mostra di nuovo e pone in noi la gioia che avevamo perso per i nostri peccati e i nostri narcisismi patriarcali e quello che si voglia. La grazia dell’ascesi non è quella di reprimere in noi ciò che non va bene, ma quella di toglierlo, di cacciarlo via, di fare spazio allo Spirito della gioia e della libertà che ci fa gridare di nuovo come bambini il nome del Padre. Se ben si pensa, la Quaresima e la vita in generale non sono più occasione di repressione o di piagnucolosi sensi di colpa, ma di coraggioso re-indirizzamento del Desiderio mediante la grazia dello Spirito. Era ovvio che si trattava di una sua opera: è Lui l’amore stesso di Dio, quell’amore con cui il Padre ha pronunciato sottovoce il Figlio per mezzo del quale ha creato tutto. È Lui l’Amore dell’amante appassionato e l’amore del Padre che pone davanti ai suoi figli l’essere che fiorisce perché si sappiano amati, perché giochino urlando di gioia, perché trovino lì l’altro da amare così profondamente da non potersi capire se non come uno dell’altro e uno dell’altro.

Si tratta dell’Amore che fa esultare Cristo di pura gioia davanti alla gratuita conoscenza dei semplici del cuore del suo Vangelo. È lo stesso Amore che è ardente desiderio che tutta la terra arda nel fuoco portato dalla sua opera redentrice. È l’Amore del Cristo amico e amante dell’uomo che vuole sedersi a tavola con noi, la sera, per godere la Pasqua accanto a noi al fresco della sera. È l’Amore ardentissimo che risplende glorioso nella Croce, e che nel giardino dove c’era quel sepolcro nuovo, esplode di nuovo donando nuovo nome alle cose: il Padre mio e vostro, il Dio mio e vostro, e quindi, quelli che si lasciano trovare dall’annuncio cristiano possono chiamarsi senza paura figli di Dio e questa è la sua verità più profonda e costitutiva.

E vorremmo dire che la nostra moralità –quella vera– è riduttiva dell’uomo. Vorremmo anche noi ribellarci alla nostra religione per conformarci a un mondo che non vede né il buono né il cattivo e che pretende una moralità immanentista, dicendo che questo mondo ci basta! Questo è troppo poco per la misura del nostro Desiderio. Quel troppo che aspettiamo è già alle porte: sta per morire e sta per risorgere; è già morto ed è Risorto e chi sappia guardare vedrà in Lui non soltanto la pienezza della Gloria, dell’Eros divino che tutto crea e celebra, ma anche la pienezza del desiderio di Adamo, del desiderare di Eva, e del nostro, e di tutti e di tutto. No, la nostra religione non sopprime il desiderio, piuttosto ci dice quanto sia bello, grande, potente, quanto sia degno di essere indirizzato, graziato, nutrito e abbellito dalla grazia; quanto esso sia un chiaro segno del nostro essere riferiti all’Eterno. Possiamo dire con Ignazio di Antiochia: «il nostro Eros è sulla Croce», sì! Perché il nostro Eros ha assunto un volto, mandando propriamente al diavolo tutta la sua greca inadeguatezza che lo riduceva a volere divoratore. Il nostro Eros è Cristo, è lui l’Uomo, è lui l’Adamo compiuto: e quanto e come desidera! E quanto e come lo desideriamo! E quanto e come ci fa desiderare tutto! Venga già la sua Pasqua Eterna, dove non solo desidereremo, ma liberi già di ogni nostra stupidità narcisista, come bambini innocenti, giocheremo tutti i giochi possibili dell’amore.

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