lunes, 6 de mayo de 2024

Il mistero della tenerezza

 

                  (Van Gogh, I primi passi, 1890)

Occhi meravigliati oppure degli sguardi stanchi, corpi logorati o passi energici ed ogni tanto eleganti, voci terrificanti, piene di armonici stonati, o anche delle voci gravi, rilassanti, cantarine: basterebbe prestare un po’ d’attenzione…prestarla, darla, non tenercela per noi e le nostre sensazioni.

La nostra stupida introspezione è finita in isteria: conosciamo perfettamente il nostro corpo, il nostro sguardo, la nostra voce. Continuamente ci vediamo nei riflessi, e anche riflettiamo sulla nostra immagine…all’inizio forse andava bene, anche il nostro mistero ci causava meraviglia, poi però ci siamo finalmente annoiati di noi stessi. E adesso vorremmo uscire, vorremmo capire cos’è quel ché di nascosto nella vita altrui che li fa così meravigliosi, così …altri!  Vorremmo immedesimarci, al meno durante qualche umile secondo, con quel profondo nucleo che pensiamo essere una specie di natura pura, un assoluto, vorremmo essere uno con qualcosa, ma qualsiasi cosa che non sia questo «me» chiuso in sé senza rimedio.

E l’isteria si insinua nel cuore come l’antico serpente si proponeva all’ancora innocente udito di nostra madre Eva: prendi, controlla, libera, e sarai il tuo dio. Nessuno può liberarti se non prendi tu l’iniziativa, e non devi chiedere, non devi aspettare, è giunto il momento di prendere in mano il tuo destino, di incamminarsi verso l’assoluto che, se guardi bene, sei te stesso. Se l’Assoluto è l’Essere in sé e tu sei perché partecipi all’essere, in realtà sei, sei l’Essere, sei il tuo Assoluto. Gli altri? Altri assoluti, ma non è interessante per ora. Poi ci sarà modo di diventare l’Assoluto anche per loro, quando ti ameranno o almeno quando ti rispetteranno, quando ammireranno ed invidieranno la tua apparenza. Non più sguardi che ti causino meraviglia, la meraviglia sarai tu. Non più stanchezza, ma solo sopraffatta ammirazione, soggiogazione, tacita e libera sottomissione alla tua amabile presenza, perché mica sarai un despota, sarai del tutto amabile, sarai del tutto desiderabile, sarai del tutto lodevole, sarai…ma guarda, ancora non lo sei, sarai…sarai…ed è questa l’isteria, essere in vista di qualcosa che non c’è.

Che bisogni quindi rinunciare ai futuribili per essere abitanti quotidiani del presente? Che bisogni rassegnarsi a queste circostanze banali, con un cuore finalmente adeguato alla piccolezza delle circostanze? Essere realisti! Questo realismo, però, continua a puzzare di serpente e mela marcia. Un realismo utilitarista, rassegnato, è la stessa cosa di un volontaristico ottimismo futuribile: falsità ed un cuore rimpicciolito. È una prospettiva estranea alla realtà, perché la realtà non è soltanto un possibile né soltanto un dato. La realtà è il continuo donarsi dei fatti. Anzi, la realtà, dice la voce del buon umore, è ciò che solo perché mi supera, mi è adeguato.

Eppure, questo reale, adeguato eppure sempre più grande di me, non è piuttosto tragico? Non sono queste circostanze, non è questo modo, non è la totalità dell’essere mondano una dichiarata precarietà? Tutto ciò che comincia può finire…e l’esperienza dice che, di fatto, finisce. Tutto pende dall’Essere che non comincia né finisce come da un’invisibile ragnatela che qualsiasi brusco movimento potrebbe distruggere. Tutto potrebbe, domani, non esserci più. La cosa è che, invece di non esserci, c’è. L’isteria finisce quando invece di aggrovigliarmi su me stesso, guardo in faccia la concrezione della realtà: c’è, e perché c’è, è determinata.

L’isteria che corrode il mio animo comincia a convertirsi piuttosto in una chiara insinuazione della tenerezza. Quale tenerezza? Quella mollezza del cuore che è capace di non opporre resistenza alla realtà e invece l’afferma così com’è. Un cuore indurito non è capace di vedere il vero, perché davanti alla sua crudezza dirà sempre «però». Un cuore nobile, invece, s’intenerirà davanti alla più dura manifestazione dell’essere, perché a priori lo vuole bene. Ed è vero, non si può voler bene un’astrazione, e così si dovrà voler bene qualcosa, meglio ancora, si dovrà voler bene qualcuno. Almeno un po’. Anche in modo sbagliato. È un’esigenza della realtà il riconoscere il concreto come un tu fragile, finito, come me, che perciò è da voler bene, come me. La tenerezza quindi non è solo quella rinuncia alla resistenza dei «però». La tenerezza è la consapevole decisione di volere l’altro per il suo bene che consegue alla percezione della sua fragile presenza, poiché solo il desiderio del bene è adeguato al cuore dell’uomo e solo l’amore può far di questo desiderio una categoria trascendentale. L’astrazione potrebbe aiutare a sapere in teoria come fare (come fare!), ma è la vita che mi insegna come pensare quando agisce su di me distruggendo le mie categorie arrugginite per ampliarle, allargandone l’orizzonte.

L’esperienza contraddice il serpente: non sono io che mi faccio, ero già così prima di guardarmi, prima di proiettarmi, prima ancora di amarmi; a quanto pare rimango sempre io, anche se cerco di mascherare la mia fragilità con proietti di grandezza. La radicalità di questo passato costituisce la mia coscienza nella sua trascendentale apertura: non dipendo da me e non sono per me. La concentrazione delle circostanze e dei futuribili non riguarda quindi il presente, ma la tradizione e cioè ciò che in me è stato dato…da dove? Forse non lo so, o lo so ma non vorrei dirlo ancora. Vorrei avere almeno un certo controllo sul mio passato, almeno quello potrebbe appartenermi. Il mio origine dovrebbe essere misterioso totalmente, se avessi qualche intuito su di esso dovrei (dovrei!) rivolgermi ad altro diverso da me. Se sono reale e se non mi faccio da solo, la mia realtà dice sempre originaria dipendenza. Non mi do, sono stato posto come un dato. Da che cosa e per quale motivo?

La mia isteria continua a sollecitarmi, il vecchio serpente continua a strisciare nel viscido della mia coscienza, a insinuare con scabrosi bisbigli l’unica tentazione: l’assoluto sei tu e niente interessa se non tu. Occorre quindi controllare i propri sguardi, l’udito e il gusto. Che nessuna cosa entri in me senza che io ne dia il permesso. Che la mia ascesi sia tale da poter presentarmi davanti al tribunale del Bene come uno che, apatico, finalmente si è mostrato virtuoso e degno di…cosa? Del mio origine? Del essere Assoluto? Della natura umana? Del cosmo? Di Dio?

Può forse la virtù far degno a qualcuno che è stato posto da un altro? Sì, mi diranno, se la virtù è corrispondenza al dato. Eppure, corrispondere al «dato» non significa semplicemente dire grazie? Non è la gratitudine l’unica risposta? E la tenerezza? Ah sì, la tenerezza. L’isteria non è capace di tenerezza, perché ha bisogno di dominare e soprattutto perché è del tutto inadeguata alla realtà. L’isteria è il continuo tornare su se stessi e la propria derelizione, mentre la gratitudine è la reazione concreta all’accadere della meraviglia originaria: sono, non sono da me, ma sono dato, donato! Ed ecco che la gratitudine è la base della tenerezza: si è grati solo del bene concreto che esperimento come Bene reale. Questo bene lo voglio bene se ne rendo grazie, se invece di possederlo mi inchino con riverenza davanti ad esso. Voler bene è riverenza, è rinuncia a possedere, a dominare, a influenzare, a dirigere verso il mio campo di azione. Non è lasciar perdere. È il forte desiderio del destino, è voler che quest’altro, ormai divenuto per me sacro, sia sé stesso in pienezza. È il desiderio della gloria, cioè della nobile e sublime manifestazione della verità di ogni cosa. Solo chi è grato può sentire quella commozione davanti a quegli occhi allegri o davanti a quello sguardo stanco e triste. Solo chi è grato può avvolgere in una sola intuizione il significato di quell’essere a cui rivolge l’attenzione amandolo con tutta la sua persona, con le viscere e con le immense profondità del cuore.

Chi è grato non è isterico, e chi è isterico dovrebbe cominciare a ringraziare per guarire. Non c’è altro rimedio. Ed ecco insinuarsi un ultimo problema. La tenerezza. La tenerezza, la grata e gioiosa tenerezza, che mi porta fino alla dimenticanza di quel «me» prepotente, dipende da cosa? Chi l’ha sentita per la prima volta? Adamo quando ha visto Eva, carne della sua carne ed ossa delle sue ossa? Eva, quando ha visto Adamo, carne della sua carne ed ossa delle sue ossa? Esiste una tenerezza originale?

Questa tenerezza che percepisco in me quando finalmente guardo fuori di me con desiderio, questa dolcezza inaudita che consegue dal fatto di sapermi un altro tra tanti altri fragili, irritati, stanchi, e profondamente amabile (non sempre gentile, però, amabile!), questa gratitudine che zampilla nel mio cuore quando mi scopro vivo, e gratitudine per cosa? Per vivere? Ma questo rimane astrazione. Per viver-mi? Rimane ancora poco concreto. Per vedere, sentire, parlare, pensare, cantare…? Rimane forse troppo banale davanti alle profondità di un cosmo che si presenta sempre come un più grande motivo di scoperta e di gioia! Ma sì, forse questo è un inizio. Sono grato perché ci sono in un modo concretissimo, con questi tratti che nella mia isteria ho giudicati odiosi o, secondo l’altro estremo della noia, seduttori (sedotto dalla mia stupidità ho peccato contro la Magnificenza!). Adesso non importa tanto se questi tratti sono miei e cosa possano causare in me e negli altri, importa che mi sono stati dati e solo per quello ho potuto contemplarli. Dati. Ciò che mi costituisce è l’essere-dato. E adesso, se non sono troppo scemo, dovrei chiedermi di nuovo: dato da cosa? Dato da chi? Il caso non può generare degli esseri ordinati alla gratitudine. Il caso genera esseri necessari secondo le leggi del caso (perché il caso ha delle leggi). L’Essere che si diffonde per il proprio bene non potrebbe neanche generare gratitudine, perché alla fine è egli stesso la propria diffusione. Percependo l’alterità non percepirei niente se non degli aspetti di un unico monolite. Non potrei voler bene qualcosa diversa da me, non potrei scappare dall’isteria, alla fine si tratterebbe sempre di un onnipresente me. E allora a chi dovrei rivolgere la mia gratitudine? Chi o cosa? Solo un chi potrebbe intenzionalmente porre qualcosa di libero, lasciando che la dipendenza alla sua volontà non diventasse identificazione con il suo essere. Solo un essere libero può mantenere il paradosso di essere origine partecipante e differenziante. Solo un essere libero potrebbe dar consistenza all’analogia della realtà.

Come si può vedere, la gratitudine, che mi guarisce dall’isteria dell’egocentrico, mi porta a chiedermi se io sia stato donato da qualcun altro! L’ultimo passo, che è quello religioso, mi porta a scoprire una tenerezza originante: sono stato voluto da un altro, anzi, da altri. Se parlo, se sento, se vivo è perché altri mi hanno voluto bene. Se esisto è perché, in un certo modo, le profondità della mia storia, quel mio passato misterioso e nascosto, sono abitate da una Presenza che mi afferma e mi conferma non già come un dato, ma come un donato.  Chi è e come chiamarlo? Il mistero della tenerezza è precisamente l’apertura a questa domanda radicale: posso rivolgermi a qualcuno con un’intenzionalità trascendentale e assolutizzante in modo da chiamarlo con il gratissimo nome di Padre? Posso?

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